La parrucchiera ucraina

Più o meno ogni sei settimane piego la testa all’indietro nel lavello della mia parrucchiera ucraina che mi copre i capelli bianchi con la tinta. Con il tempo siamo diventate confidenti al punto che mi sono fatta convincere a farmi fare la frangia e schiarire il mio colore naturale. Oserei dire che siamo diventate quasi complici perché mi sono affidata completamente. Ho mollato gli ormeggi davanti a quel modo particolare che ha di scegliere le parole e di rassicurarmi quando tentenno davanti alle novità.

Non mi sento una barca in balia di un armatore senza scrupoli, ma una barca che sfida i luoghi comuni della frivolezza delle chiacchiere da salone in nome di una fiducia e di una sincerità che sento vere.

Quell’appuntamento a cadenza ciclica si rivela sempre rigenerante e per due ore è come staccare le zavorre dal cesto di una mongolfiera che vuole solo volare nel blu. Potrebbe essere anche meglio di raccogliere le lacrime nel kleenex di uno psicoterapeuta o comprarsi un tacco dodici in un negozio del centro. Comunque, in tutti questi casi, credo siano sempre soldi ben investiti.

Ogni sei settimane mi sottopongo a un interrogatorio che mira a fare il punto della situazione della mia vita e – messa alle strette – rispondo come un soldatino alle domande che mi fa con piglio da Unione Sovietica. Difficile sfuggire ai suoi voli pindarici su “Come va a scuola? Come stanno i tuoi bambini? E il tirocinio? Stai studiando? Quando vai giù? Quando hai gli esami?” fatti con enfasi e trasporto, per poi planare, cambiando registro e scegliendo un’intonazione più greve, e chiedere: “Ma stai frequentando qualcuno?”

Io amo il suo coraggio. Io lo amo perché lei è cosciente che si sta ficcando in un casino grande, enorme come una casa, ma è stoica e imperturbabile e alla fine la bomba la sgancia sempre. Perché non parliamo mai di gossip? Perché non ci depriamiamo con la politica? Perché mi fai parlare di me?

Allora a quel punto io raccolgo tutta la mia pazienza e le mie energie e inizio a raccontare e a gesticolare sotto la mantella. E’ il segnale di via libera. Mollati gli ormeggi, si parte.

Posso persino alzarmi dalla poltrona per interpretare meglio le scene, che lei mi segue come un segugio, mai fiatando, non staccando mai le mani dalla mia testa e risistemandomi la mantella. Commenta con frasi lapidarie pronunciate senza connettivi, coglie tutte le sfumature, offre punti di vista alternativi, sottolinea le criticità. Il gol al novantesimo però è quando, puntualmente, nel silenzio impregnato di ammoniaca, fa schioccare la lingua contro il palato e dice: “Che coglione!”. Chè poi è l’unico commento che può fare – poverina – davanti all’escalation di descrizioni di comportamenti da casi umani che le propino.

Se mi dovessero chiedere di indicare una persona coraggiosa, io senza dubbio indicherei lei. Se invece mi dovessero chiedere di indicare un’immagine coraggiosa, io indicherei un tatuaggio con due A disegnate vicine quando ancora era troppo presto per capire che vicine lo sarebbero state per sempre. Alice però se lo sentiva e Alberto era spiazzato. Poteva andare via? Certo che avrebbe potuto. La conosceva da pochissimo e avrebbe avuto tutte le ragioni. Poteva fare come molti, poteva inventarsi sindromi, ferite mai sanate, biglietti di sola andata per l’Isola che non c’è, dire che doveva dare la formazione del Fantacalcio. Invece è rimasto, ha zavorrato la mongolfiera per poi andare a scoprire che forse il blu con lei era più bello. O forse per darsi una possibilità prima di cedere davanti a una paura facile.

Adesso ho due amici felici.

 

Quanto vuoto di coraggio che c’è. Vuoto di responsabilità nelle azioni che si compiono, di prese di posizione concrete, di equilibrio, di valore.

Quanto pieno di ego assetati in cerca di consenso, invece. Di parole inutili, di cinico compiacimento, di intrattenimento sciatto, di presunzione di poter trattare gli altri come macchine a noleggio di un parco auto molto affollato. Il pieno di solito è sempre troppo pieno di povertà.

Chè quella del conto corrente è oro a confronto.

 

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