Dell’ironia

Quando facevo gli scout c’erano tre ragazze in particolare molto brave nei canti.

A me piace molto cantare, ma non sono capace. Direi che il mio problema è quello di essere stonata però rischierei di aprire una diatriba con quelli che dicono che non esistono quelli stonati e non c’ho proprio voglia perché non è questo il punto. Semplicemente non ero brava come quelle ragazze e non volevo farle sfigurare, perciò arrivavo sulle note dove potevo, quelle molto basse, poi mi zittivo e le ammiravo in silenzio e in disparte.

Ho accettato di non essere capace di cantare.

L’ironia, o meglio l’autoironia, fa parte di me e mi aiuta a sopravvivere. Letteralmente. Sopravvivo grazie a lei e non mi sento migliore degli altri per questo.

L’ironia è il mio scudo quando mi sento impotente contro le brutture e la pochezza del mondo che mi circonda. Spesso è stata un amuleto per esorcizzare le paure, quello che non capisco o la fragilità che mi costa ammettere. Molto più spesso è stata un’arma per non soccombere a una sofferenza che mi toglieva il fiato o per non annaspare sotto il pelo dell’acqua dei miei limiti.

Scudo, amuleto, arma.

E’ stato così quando per dirmi che non piacevo, mi hanno mandato due mail. O quando sono stata un peso che teneva legati al passato. O quando ho ascoltato le paure più intime, scelto una macchina altrui e anche (quasi) il colore dei geranei da metter su un balcone non mio, ma non ero la donna giusta perché pesavo dieci chili in più.

Odio spiegare le battute perché credo che lo ‘spiegone’ annienti il guizzo della risata, il brillìo di una connessione sottile che si accende.

Mi urta dover spiegare che non critico né condanno chi mangia veg per reali problemi di allergie e affini se pubblico sui social una foto sfottò al supermercato. Mi urta spiegare che la critica a gente che non ha gusto nei vestiti non è esattamente fare body shaming, ma meriterebbe comunque una interrogazione parlamentare perché viviamo nel Paese di Alberta Ferretti e Valentino e se fosse per me avrei strappato già migliaia di passaporti. Non voglio convincere nessuno a mangiare carne, dunque non capisco quelli che vogliono convincermi a mangiare vegetariano e si sentono sempre toccati nell’orgoglio quando potrebbero mangiare ciò che vogliono, lasciando agli altri la libertà di fare lo stesso, omettendo commenti inaciditi e/o foto di agnellini a Pasqua.

Odio spiegare l’ironia perché credo che essa dica molto dell’intimo di una persona. Odio dunque spiegare, giustificare me stessa a qualcuno che non ha afferrato e che non è in sintonia con le corde di un luogo profondo e nascosto.

Su ogni cosa credo che l’ironia sia sinonimo di intelligenza, da entrambe le parti, cioè da quella di chi fa dell’ironia, mettendoci sè stesso, e da chi prova a interpretarla, magari mettendosi in ascolto sincero di ciò che l’altro vuole comunicarci.

Non avere senso dell’ironia e intelligenza non è una colpa, ma si farebbe molto meglio se lo si accettasse e con serenità si rimanesse sulle note, magari basse, in silenzio. Quelle che si è capaci di cantare.

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2 pensieri su “Dell’ironia

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