Dell’ironia

Quando facevo gli scout c’erano tre ragazze in particolare molto brave nei canti.

A me piace molto cantare, ma non sono capace. Direi che il mio problema è quello di essere stonata però rischierei di aprire una diatriba con quelli che dicono che non esistono quelli stonati e non c’ho proprio voglia perché non è questo il punto. Semplicemente non ero brava come quelle ragazze e non volevo farle sfigurare, perciò arrivavo sulle note dove potevo, quelle molto basse, poi mi zittivo e le ammiravo in silenzio e in disparte.

Ho accettato di non essere capace di cantare.

L’ironia, o meglio l’autoironia, fa parte di me e mi aiuta a sopravvivere. Letteralmente. Sopravvivo grazie a lei e non mi sento migliore degli altri per questo.

L’ironia è il mio scudo quando mi sento impotente contro le brutture e la pochezza del mondo che mi circonda. Spesso è stata un amuleto per esorcizzare le paure, quello che non capisco o la fragilità che mi costa ammettere. Molto più spesso è stata un’arma per non soccombere a una sofferenza che mi toglieva il fiato o per non annaspare sotto il pelo dell’acqua dei miei limiti.

Scudo, amuleto, arma.

E’ stato così quando per dirmi che non piacevo, mi hanno mandato due mail. O quando sono stata un peso che teneva legati al passato. O quando ho ascoltato le paure più intime, scelto una macchina altrui e anche (quasi) il colore dei geranei da metter su un balcone non mio, ma non ero la donna giusta perché pesavo dieci chili in più.

Odio spiegare le battute perché credo che lo ‘spiegone’ annienti il guizzo della risata, il brillìo di una connessione sottile che si accende.

Mi urta dover spiegare che non critico né condanno chi mangia veg per reali problemi di allergie e affini se pubblico sui social una foto sfottò al supermercato. Mi urta spiegare che la critica a gente che non ha gusto nei vestiti non è esattamente fare body shaming, ma meriterebbe comunque una interrogazione parlamentare perché viviamo nel Paese di Alberta Ferretti e Valentino e se fosse per me avrei strappato già migliaia di passaporti. Non voglio convincere nessuno a mangiare carne, dunque non capisco quelli che vogliono convincermi a mangiare vegetariano e si sentono sempre toccati nell’orgoglio quando potrebbero mangiare ciò che vogliono, lasciando agli altri la libertà di fare lo stesso, omettendo commenti inaciditi e/o foto di agnellini a Pasqua.

Odio spiegare l’ironia perché credo che essa dica molto dell’intimo di una persona. Odio dunque spiegare, giustificare me stessa a qualcuno che non ha afferrato e che non è in sintonia con le corde di un luogo profondo e nascosto.

Su ogni cosa credo che l’ironia sia sinonimo di intelligenza, da entrambe le parti, cioè da quella di chi fa dell’ironia, mettendoci sè stesso, e da chi prova a interpretarla, magari mettendosi in ascolto sincero di ciò che l’altro vuole comunicarci.

Non avere senso dell’ironia e intelligenza non è una colpa, ma si farebbe molto meglio se lo si accettasse e con serenità si rimanesse sulle note, magari basse, in silenzio. Quelle che si è capaci di cantare.

La giardiniera

Il ricordo più affettuoso che ho legato ai nostri compleanni è quello dei sandwiches freschi di forno che farciva mia mamma.
Lo capivo che era un giorno speciale e così è sempre restato per me negli anni, forse per quella ritualità nei gesti, per quella importanza che attribuiva a quelle ore che si prendeva dal lavoro per preparare la festa.
Mi sentivo speciale quando capivo che non sarebbe tornata in ufficio e sarebbe stata tutta per noi per un pomeriggio intero. Intero.
Si toglieva le scarpe, si metteva il grembiule da cucina, prima il pranzo per tutti e poi i sandwiches per gli invitati del festeggiato.
Prima bisognava tagliarli tutti, poi quelli più affusolati e lunghi si farcivano con il prosciutto cotto e il formaggio svizzero. Per me era solo quello coi buchi. Rigorosamente una o due fette di cotto, poi sopra veniva adagiata una fetta di svizzero.
Quelli tondi venivano farciti con il tonno, i capperi, la maionese e la giardiniera, mescolati in una terrina. In casa mia la giardiniera era la grande ospite di tutti i 17 marzo, 28 settembre e 6 dicembre.
Il rituale prevedeva anche un particolare modo di conservarli nel tovagliolo, i cui lembi venivano bloccati con uno stuzzicadenti. Dopo venivano divisi in base alla farcitura in cestini di vimini bellissimi cosicché nessuno potesse sbagliarsi.
Penso che l’amore sia tutto qui, nella cura che si mette per fare bene qualcosa che renderà felice l’altro perché così si sentirà amato davvero.
L’augurio che posso farmi e che voglio farvi è quello di essere amati per quello che siete, oltre i difetti e le virtù.
Perché non è vero che si sta bene da soli: l’importanza e il valore della solitudine e del bastarsi vanno imparati e questo è sacrosanto.
Ma quando sei amato, in quelle mille e diverse forme che l’amore è, sei più bello, hai gli occhi belli, il cuore forte e l’anima leggera.

M’importa

La mattina sul presto e la sera sul tardi leggo dai libri come dovrebbe essere la scuola e passo le otto ore in mezzo in scuole di quasi tutti gli ordini e i gradi a capire che in realtà non è come vogliono spiegarmi nei libri.

Non leggo di fantascienza e lo so bene perché ho la fortuna di aver incontrato spesso persone illuminate che motivano, spronano e lavorano sodo. E’ stato ed è un grande insegnamento lavorare con loro.

Mentre sfreccio in bici da una scuola all’altra sento di vivere una possibilità meravigliosa che mi è stata data, ma lo faccio in apnea.

Letteralmente, e per due motivi.

Sia perché fisicamente spero a ogni metro di non finire stirata sotto un Range Rover bianco zarro che non mi dà la precedenza, sia perché metaforicamente quei tratti, mentre metto energia nelle pedalate, sono i contatti che ho con il paese reale, assai spesso fatto di brutture, di mediocrità e di pigrizia. Di ditoni tuttologi che pigiano riflessioni da bar su tastiere costose e che sanno solo accusare mai rivolgendosi verso i padroni.

Alla fine di quei tratti, che mi sembrano spesso interminabili, però c’è sempre il momento in cui mi fermo e respiro. Mi piego sulla rastrelliera e aggancio la catena. Entro, mi tolgo le cuffiette, poggio lo zaino e riprendo tutto il fiato che mi è mancato.

Sono dove le cose non vanno come dicono quelli che scrivono i libri, ma forse sono nell’unico posto dove tutti possono – se vogliono – cambiare le brutture e la mediocrità in qualcosa di incredibile. Questo però lo sanno tutti, non ho inventato nulla di eccezionale.

E allora credo che questo non sia più il tempo di fare spallucce perché riteniamo di essere esonerati poiché di mestiere progettiamo ponti o passiamo il codice a barre dei biscotti al lettore. Siamo tutti responsabili.

La bruttura che è riuscita a penetrare anche nei contesti educativi andrebbe arginata e rimandata indietro con una forza doppia, di cui solo la scuola può e deve esserne capace. Deve analizzarsi, ripensarsi e correggere il tiro. E’ solo da lì che si può ripartire.

Molto spesso mi sento sbagliata, non all’altezza, rifletto molto su quello che dovrei fare o dire. In questo caso no perché m’importa, mi sta a cuore. E come me, credo a molti.

Il bug nel sistema

Ogni mattina, quando mi sveglio, penso sempre: ” Meno male che non faccio uno di quei lavori dove mi devo vestire da pinguino, coi tailleur costosi e tacco 12 perché sarei spacciata!”

Ovvio che non mi presento in pigiama e nemmeno in tuta e, potendo muovermi solo in bicicletta, opto per un abbigliamento comodo, tipo maglioni e jeans. Raramente mi trucco, ma questo sempre e non solo al lavoro.

Capita che qualche volta osi un po’ di più e, incurante della tempera che i bambini puntualmente mi rovesceranno addosso, prendo dall’armadio un vestito e un cardigan. Ecco, i miei nanetti se ne accorgono, e non solo loro, perciò non voglio immaginare cosa pensino tutti dei miei maglioni e dei miei jeans.

Ma andiamo con ordine.

Capita anche che i bambini mi facciano alcuni regali perché in quasi due anni di gomito a gomito si sono affezionati, come del resto io a loro, io che faccio fortuitamente arrivare caramelle direttamente da Santa Lucia e dal suo asinello. Ho ricevuto cose come una collanina di pietre per il mio compleanno, una collana con palline di pasta pitturata con la tempera fucsia e rosa, un cerchietto di plastica verde fluo per i capelli e altre robe. Bellissime perché so che vengono dal cuore.

Capita che anche i genitori si affezionino e mi ringrazino sempre per quello che faccio così si fermano a chiacchierare e mi chiedono di me, di come sto, se scendo dai miei per Natale, oppure mi regalano dei gessetti per le attività o mi offrono un passaggio in auto se piove.

E’ capitato di recente con un bambino che io adoro perché ha la erre moscia come il topolino dello spot del Parmareggio e con il suo papà. Mi hanno dato un passaggio perché pioveva, palesemente allungando la loro strada di ritorno verso casa e spacciandolo per “Tanto siamo di strada! Non preoccuparti!”

E’ stato un bel gesto perché ho sentito che il mio lavoro, il mio sorriso e la mia pazienza, nonostante la stanchezza di certi giorni, vengono rispettati e apprezzati provando a dare qualcosa in cambio.

L’altro giorno ero truccata e avevo un vestito normale nero con pois bianchi e un cardigan di lana. I nanetti se ne sono accorti e hanno detto che ero molto bella ed elegante. Dopo è arrivato il papà (sui quaranta andanti) del topolino del Parmareggio (quello del passaggio) ed è stato tutto un “Veh, come è elegante la maestra oggi!”, “Chissà dove va la maestra stasera..” e “Forza, andiamo chè la maestra ha da fare e le facciamo fare tardi!”. Poi ha iniziato a coinvolgere anche i bambini in questa adulazione sfrontata e loro – galvanizzatissimi – dicevano che era vero, che ero molto bella, che il vestito era bello e che lo avevano già detto.

Ero imbarazzata (ma divertita) e quando ho chiuso la porta alle loro spalle ho dovuto perfino rassicurare che sarei rimasta a casa quando mi è stato detto: “Oggi non piove, ma non possiamo darti un passaggio perché di sicuro c’è qualcuno di meglio che ti passerà a prendere quando stacchi!”

Sulla strada in bici verso casa con il freddo sulla faccia ancora sorridente, ho pensato che di sicuro si tratterà di un bug tra i dieci e i quarant’anni nel “sistema uomo eterosessuale”, altrimenti non si spiega. Ma davvero.

In quel lasso di vita in cui l’uomo eterosessuale continua beatamente a mangiare, bere, dormire, istruirsi, spremersi i brufoli, guardare la serie A, trovarsi un lavoro e un bilocale a nessuno è dato sapere cosa accada. Si passa dunque da “Maestra sei bella ed elegante – sai che da grande voglio fare l’astronauta o forse il vigile del fuoco – ti piacciono i Pokemon?” al test delle intolleranze alle responsabilità e agli impegni da adulto, sostituiti da scuse panchinare di serie D, quelle che puzzano di paura da un chilometro.

E quando la risposta a un malessere molto grande sarebbe un po’ di psicoterapia che aiuti a sbrogliare nodi irrisolti, invece loro ti rispondono con una crisi di mezz’età da risolversi con un figlio in pronta consegna o con una biposto sportiva nuova fiammante e un corso di yoga tantrico. A trecento euro al mese.

Mi sa che domani vado in tuta a lavorare.

Maggie e i servizi segreti

Ho ripescato una cosa che avevo scritto dalla cartella “BLOG” del mio desktop perché è passato molto tempo – e chi mi conosce lo sa bene – tra quando mi è venuta l’idea di avere un blog e il giorno in cui ho messo on line il mio primo post. Fino a quel momento dopo aver scritto qualcosa, salvavo tutto nella cartella sul mio desktop. E pensavo: “Poi magari un giorno…”

Non avevo pensato subito di tenere questo pezzo nella cartella dedicata al blog: per molto tempo infatti è rimasto sul desktop come un semplice file Word, ma l’ho trovato e mi fa fatto sorridere per la mia tenerezza. E soprattutto mi ha fatto riflettere sul fatto che, dopo due anni, non sia proprio cambiato nulla, né mi hanno disattivato la calamita per i casi umani. Se tornassi indietro, alla me che ero due anni fa, forse mi abbraccerei e mi direi di non sprecare così tante energie.

Quelle righe che ho riletto sono state un gesto di impulso, la conseguenza del nostro secondo appuntamento, cioè una cena a base di pesce a casa mia, dove, nonostante lo sbatti di tutta la preparazione, avevo dovuto sorbirmi una specie di orale della maturità. Una serata praticamente da dimenticare.

Lui era il solito quarantenne confuso, con i piedi impantanati completamente in un passato sentimentale non meglio definito, barbetta munito, carriera folgorante ma a casa con mammà. Uno proveniente da quella folta schiera dei leoni di Whatsapp e degli aperitivi in enoteca, quelli dove tu parli parli parli mentre lui fa la TAC alle tue tette tutto il tempo. Era giunto –  senza nessun motivo – vestito e pronto (giuro!) per una battuta di caccia, tutto in total verde militare perché sì, il nobile uomo si dilettava nella “nobile” arte della caccia.

A onor del vero a metà cena aveva sbandierato con orgoglio la sua sindrome di Peter Pan. Avevo apprezzato l’autodenuncia, ma a quel punto dell’incontro desideravo più di ogni altra cosa al mondo che andasse via, che si eclissasse nella notte. Per sempre.

Prima e dopo l’autoconfessione infatti, non aveva fatto altro che mortificarmi. Volevo mostrarmi per la persona che sono realmente, cioè appassionata di cinema, allora gli avevo parlato di “Munich”, l’ultimo film visto. Ricordo che non mi veniva in mente “Mossad”, il nome dei servizi segreti israeliani e lui mentre mi suggeriva “Mossad”, aveva fatto una faccia talmente indignata che avevo iniziato a scavarmi una fossa nel pavimento della cucina. Al titolo “Billy Elliot” e mentre io raccontavo quello che più mi era piaciuto del film cercando di riparare (che poi a cosa non lo so), si è trasformato in uno studioso di Storia Inglese Contemporanea e ha dato inizio a uno sproloquio lunghissimo sulla politica interna ed estera di Margaret Tatcher. E guai ad interrompere. Se non ti viene in mente “Mossad”, cosa pensi di poter volere? Non hai più diritto di parola. Ma per sempre.

Ok. Come dice sempre la Signora Bodoni per commentare le nostre brutte esperienze: la verità è che non gli piaci abbastanza. Ma se non ti piaccio abbastanza basta dirlo e amici come prima. Perché devi mortificarmi? Perché devi mettermi in imbarazzo se non conosco la politica interna inglese del ventennio dagli anni settanta ai novanta? Magari conosco meglio altre cose. Ci hai pensato, Signor Cacciatore? Non sapere bene quelle che sai tu, inficia in maniera così gravemente il tuo giudizio verso di me? Non sarebbe più onesto dire che non te ne frega nulla? E che se anche avessi inventato la legge della relatività, nulla sarebbe cambiato? Francamente lo trovo ridicolo. E anche un po’ disonesto, nel momento in cui sminuisco qualcuno quando semplicemente non ho voglia di una relazione.

Ho riletto quelle righe e mi sono rifatta le stesse domande dell’epoca in cui è sparito nel nulla e per una volta ho ringraziato il cielo. Nessuno mi aveva mai fatta sentire così prima di quella cena.

Ho riletto quelle righe e ho scritto un post su questo blog che è la cosa più bella che ho fatto per me. L’ho scritto – credo –  con lo stile di cui sono capace, l’unico che mi tiene a galla quando la solita calamita attrae i casi umani.

 

(Comunque non era fatto l’uomo per me perché era così sfigato che non ha voluto l’orata al sale che avevo fatto per secondo ed è questo che non gli perdonerò giammai)

Il geometra sul tetto che scotta

La seconda bomba d’acqua nel soggiorno di casa mia dei giorni scorsi mi ha fatto venire in mentre la storia stramba dell’incontro ravvicinato del terzo tipo che tempo fa ho avuto con un geometra giovane e figo, forse l’unico dell’emisfero boreale. Una visione celestiale a cui importava del mio tetto tra una bomba d’acqua e l’altra. Insomma uno da non lasciarsi scappare, e invece.

Converrete con me che non è cosa piacevole vedere un fiume d’acqua improvviso che arriva prepotente dalla parte inferiore di una finestra malmessa nel bel mezzo di una bufera. E fidatevi che a nulla serviranno i vostri asciugamani da mare, gli accappatoi e le lenzuola strappate dallo stendino nel bel mezzo di una crisi di panico mentre l’acqua ti entra in casa come se qualcuno – per farvi dispetto – la stia lanciando a secchiate contro vetri del primo novecento.

Questa storia vi farà ricredere anche sulla buona abitudine di leggere libri, romanzi o saggi o biografie che siano. Ascoltate un consiglio: non leggete. Piuttosto fate dello shopping selvaggio come uomini e donne medi nei centri commerciali alla domenica pomeriggio. Votatevi al sacro fuoco della leggerezza e del consumismo, ma mai a quello della letteratura.

Se non potete fare a meno della cultura, vi ritroverete vestiti con la scritta “Io leggo perché”, un hashtag lanciato in occasione di un evento letterario nazionale, di cui una vostra cara amica si premurerà di fornirvi una t-shirt “chè tanto te la puoi mettere per dormire”. E tu vuoi non seguire il consiglio di una che ti conosce bene, che ti ha visto piangere su Skype, ridere davanti a un moijto, con cui hai fatto l’alba vestita da Charleston con tacchi rossi e calze quindici denari con -4°C percepiti? GIAMMAI.

L’amica, se è davvero cara e se lavora per una casa editrice, porterà ovviamente con sé in dono alcuni di quegli ammassi di pagine con caratteri stampati che ti porteranno a fare le ore piccole e ti faranno dimenticare che l’indomani hai un appuntamento con il geometra. Magari saranno proprio quegli ammassi di pagine con caratteri stampati che ti porteranno a indossare con noncuranza orribili pantaloni del pigiama con la molla malandata. Insomma roba che in un’altra vita non avresti indossato nemmeno per deambulare – flebo munita – tra i corridoi del Di Venere in attesa di una appendicectomia.

A discolpa del sacro fuoco della letteratura e della cultura, c’è da dire che tra tutti gli idraulici ed elettricisti che hanno varcato la soglia del mio nido in affitto in tanti anni di fuorisedismo, il più vicino a un esemplare di uomo mi ha mostrato incurante le sue chiappe flaccide attraverso i suoi pantaloni calati involontariamente, mentre enumerava i mirabolanti ricordi del militare fatto a Barletta trent’anni prima.

Comprenderete dunque la leggerezza nel non aver curato nei dettagli il mio outfit da giorno in vista dell’incontro col geometra. La percezione della gravità dell’errore l’ho avuta quando l’adone fatto computo metrico era ahimè a una rampa di scale dall’uscio di casa e veniva a sincerarsi delle condizioni del tetto, mandato dal padrone di casa.

Alla vista del Ray Ban all’ultima moda, della barbetta quanto basta, di un leggero colorito dorato e alla camicia arrotolata sulle braccia, ho sentito distintamente Battiato che cantava: “Sul ponte sventola bandiera bianca!”

Mi sono arresa all’evidenza della mia magrissima figura, maledicendo i libri e i pantaloni da ricovero e ho provato a buttarla sulla simpatia, provando a fare qualche commento intelligente sui tatuaggi che vedevo sulle braccia. Non saranno stati così intelligenti se adesso provo a ricordarmene qualcuno, ma non mi viene in mente nulla.

La morale è: non leggete, compratevi un cavolo di pigiama decente e affittate un rifugio antiaereo.

 

Io e Paolo. E poi Ettore.

A me Paolo all’inizio nemmeno piaceva.

La sera in cui l‘ho visto per la prima volta, eravamo ad una festa a casa di un amico comune e lui era ubriaco marcio. Faceva lo splendido e ci provava con tutte, e io i tipi così li odio e li scanso come la peste. Non ero nemmeno un po’ brilla.

Ad un certo punto i nostri occhi si sono incrociati nella folla e mi si è avvicinato. Il suo viso ha cambiato espressione, si è fatto serio, come se stesse cercando di darsi un tono, di ritrovare credibilità. Non sembrava più l’imbecille che fino a un attimo prima rideva in giro con le ragazze della festa, facendo a tutte il baciamano.

Mi ricordo ancora benissimo che mi disse che avevo un bel naso, allargando la bocca in un sorriso composto mentre mi spostava una ciocca di capelli dietro l’orecchio sinistro. E poi aggiunse che voleva fare dei figli per insegnargli che l’Inter è la sola squadra al mondo che valeva la pena di tifare. Mi chiese se potevo dargli il mio numero, ma al mio “Figuriamoci!” rispose dicendomi che avrebbe cantato tutta “Amala, pazza Inter amala!” finchè io non glielo avessi dato. Iniziò a cantare così a squarciagola che gli si vedevano le vene del collo, tutti gli si fecero intorno e ricordo che qualcuno spense perfino la musica tanto la sua voce era alta.

Si dimenava, rideva, abbracciava e saltellava sul ritmo della canzone con altri ragazzi che gli davano man forte, ma non perdeva mai il contatto visivo con me. Ad un certo punto però era proprio a un palmo da me e mi ha detto che all’inizio sembravo una stronza, ma forse lo ero davvero se continuavo a fargli fare quella figura davanti a tutti. Sono scoppiata a ridere e gli ho dato il mio numero, non potevo più resistere. E se nel caso fosse stato un altro imbecille con la Sindrome di Peter Pan, mi sono detta che comunque meritava una chance.

Così è partito un corteggiamento serratissimo vecchio stampo che è durato per mesi, fino a che una sera di inizio estate mi ha portato fuori a cena nella nostra pizzeria preferita e mi ha regalato uno spazzolino. Uno spazzolino tutto rosso per chiedermi di andare a vivere con lui. Ho accettato ma non potevo immaginare che quel pazzo mi avrebbe anche chiesto di sposarlo qualche mese più tardi sul traghetto di ritorno dalla nostra vacanza in Grecia. Ricordo che ho iniziato a ridere e ho buttato la testa indietro, ma quando ho riaperto gli occhi lui era ancora inginocchiato lì davanti a me, con il cofanetto dell’anello in mano e bianco come un cencio perché ancora non gli avevo risposto. Ho riso di pancia come quando quella volta che lo guardavo saltellare su “Amala pazza Inter amala!” e mi sono detta che avevo dovuto aspettare tanto ma poi quello giusto era arrivato.

Ettore si è fatto attendere un paio di anni prima di arrivare. Lo abbiamo cercato e lo abbiamo voluto tanto. Quando ho capito che c’era, la sera ho apparecchiato per tre e mi sono messa la maglia dell’Inter che mi aveva regalato Paolo quando eravamo fidanzati. Quando lui ha aperto la porta, ha visto me indossare quella maglia che non avevo mai voluto mettere, poi ha visto la tavola e mi ha guardato con gli occhi fuori dalle orbite. Io temevo che svenisse, invece prima gli è caduta sul pavimento la borsa con il computer e poi è caduto lui con le ginocchia in terra e ha iniziato a piangere come un bambino. Io gli sono corsa incontro e l’ho abbracciato e insieme abbiamo continuato a piangere, poi a ridere, poi a piangere, poi ancora a ridere. Quella sera non abbiamo cenato e abbiamo passato tutto il tempo a immaginare come sarebbero stati gli occhi del nostro bambino.

Da quando Ettore è arrivato realmente nella nostra vita insieme è stato un marasma di trasformazioni alle quali credevamo di essere pronti, ma in realtà non lo eravamo affatto. Paolo è stato sempre presente sin dall’inizio del corso preparto perché non potevamo contare sulla nostre famiglie che vivono troppo lontano da noi.

Mi sono accorta che io ero totalmente cambiata perché mi sentivo nuova, come un foglio di un quaderno bianco. Ho capito che avevo bisogno di tempo per mettere insieme i miei pezzi, avevo bisogno di tranquillità per ricompormi, per ricostruirmi.

L’arrivo di un figlio ti mette davanti alla te stessa autentica. Sei nuda della dimensione che rivesti nel contesto produttivo e sociale, dal quale esci per dedicarti ventiquattrore su ventiquattro a una nuova creatura. Ho capito che essere madre oggi è davvero un lusso, ma la nostra scelta è stata consapevole, seppur coscienti che non avremmo avuto una rete parentale lì pronta a sostenerci direttamente. E’ molto complesso e difficile e quasi sempre mi sono sentita sola, anche se realmente non lo ero. Ho avuto paura, mi sono sentita spesso incapace, inadeguata, totalmente impreparata. Io che credevo di essere bravissima.

All’inizio pensavo che Ettore si sarebbe aggiunto alla mia vita che ero così capace di gestire e di organizzare al meglio. Nella redazione del giornale dove sono il caporedattore, dico a tutti i miei redattori quello che devono fare, loro mi ascoltano e tutto fila liscio senza intoppi e in perfetto equilibrio. Ettore con le sue esigenze e i suoi bisogni invece non si è aggiunto buonino come un pezzetto di un grande puzzle, ma ha stravolto tutto. Ho preteso che lui mi corrispondesse e che corrispondesse al mio modello di efficienza, allora ho vacillato perché ho compreso che avevo aspettative diverse.

A sentirmi parlare penserete che sono un genio, la tipica secchiona che sì, magari stavolta ci ha messo un po’ ma poi ha capito. Nulla di tutto questo.

Ho capito che da sola non ce la potevo fare e che dovevo farmi aiutare da qualcuno che potesse davvero comprendere il mio sentire. Non Paolo e non le nostre famiglie che spesso mi fanno sentire più inadeguata di quello che già credo di essere. Loro fanno quello che possono e io gli sono riconoscente, ma tutti danno i loro consigli e non capiscono a fondo quello che provo nel mio intimo.

Chi mi aiuta mi alleggerisce nel mio nuovo ruolo, nel passaggio da figlia a madre. Mi insegna a creare una relazione con Ettore, a conoscere lui e i suoi bisogni. Lui che prima di vederlo per la prima volta lo avevo solo immaginato quella sera con Paolo e per tutti i nove mesi.

Ogni volta che ci vediamo con il gruppo, mettiamo al centro noi stesse, noi mamme, quello che ci accomuna come i dubbi e le paure. Stando insieme ci diamo forza e sostegno reciproco, ci incoraggiamo e infondiamo fiducia. Mi metto in discussione in maniera sana, mi do valore e mi ascolto. Lì non sono il caporedattore che fa rigare dritti tutti, sono solo la mamma di Ettore.

Mi sento bene, mi sento parte di una grande abbraccio che tiene dentro nello stesso tempo Ettore e me stessa.

 

(Questo è un piccolo racconto di fantasia che ho scritto e che con altri è raccolto all’interno di una piccola pubblicazione realizzata da Pedemontana Sociale, un’azienda di servizi alla persona, ed il cui titolo è “5 Comuni, 1 Unione, 1 Azienda: infiniti percorsi possibili per abitare il nostro territorio. Il racconto fa riferimento a un gruppo di aiuto per neo mamme, un servizio che fa capo a Pedemontana Sociale e che si chiama “Mammeinsieme”)